TerraCielo di William Congdon

La Fondazione Crocevia in collaborazione con la Diocesi di Grosseto e con Clarisse Arte propone a Grosseto per la “Settimana della Bellezza” la mostra “TerraCielo” di William Congdon (21 ottobre – 19 novembre) a cura di Giovanni Gazzaneo, che sarà aperta dal 21 ottobre al 20 novembre 2017.

Ingresso gratuito, apertura dal lunedì al venerdì: ore 9.00-12.30/15.30-18.30 e il sabato ore 15.30-18.30

 

William Grosvenor Congdon (Providence 1912 – Milano 1998) è stato un pittore statunitense noto fin dagli anni Cinquanta nell'ambito dell'action painting e aggiornato alle correnti più significative e sperimentali dell'arte contemporanea. La mostra presenta oli su tavola che hanno per soggetto principalmente le opere dedicate al ciclo dei crocifissi e dei suoi paesaggi “metafisici”.

Biografia: nel 1930 si iscrive alla Yale University che frequenta fino al 1934, anno in cui si cimenta nella pittura sotto l'egida di Henry Hensche. Nel 1940 apre uno studio come scultore a Berkshire Hills sotto la guida del maestro George Demetrios. Con l'entrata in guerra degli U.S.A, Congdon si imbatte nel tragico orrore della guerra, arruolandosi nell'American Field Service al seguito dell'esercito Americano nell'opera di soccorso nel campo di concentramento di Bergen Belsen. Ha inizio così per l'artista costretto ad affrontare quotidianamente una crudeltà sconfinata una tormentata riflessione sul mistero del male, che lo accompagna per quasi tutta la vita. Terminato il conflitto, William fa ritorno nel 1947 a New York dove sotto il fervente impulso culturale che la città offre continua a dipingere. Da un incessante lavoro nascono così le prime mostre, che vengono esposte alla celebre Betty Parsons Gallery, assieme alle opere degli artisti della nascente Action Painting come Jackson Pollock, Willem De Kooning, Franz Kline e Mark Rothko. È l'ammaliante ambiguità newyorkese che egli si preme di raffigurare, quel suo evidente mescolarsi di bene e malvagità, bellezza e corruzione, che con veemenza attrae il pittore. Ben presto però il pittore abbandona l'America e quindi l'amata New York, dalla quale si sente ferito e tradito a causa di un dilagante spirito commerciale e di un'ignoranza nei confronti di principi che egli abbraccia come necessari. Nonostante il successo negli Stati Uniti, decide di trasferirsi a Venezia dove rimane per circa un decennio. L'Italia però è destinata a deludere le aspettative dell'artista che poco alla volta si accorge della vanità della sua ricerca, dell'impossibilità di trovar quel nutrimento di valori tanto bramato. Egli però non demorde, non abbandona il desiderio e così ostinato continua senza sosta a viaggiare per l'Europa e l'Africa attraversando innumerevoli paesi di cui lascia testimonianze ed impronte attraverso il suo genio. Proprio durante il periodo in Europa dal 1950 al 1960, il suo nome inizia a divenire noto ed i suoi paesaggi ad ottenere grande successo dalla critica che non esita a celebrare il suo talento. In molti paragonano le sue vedute a quelle di Turner, anche se in quelle dell'americano traspare un evidente nota tragica, un demone che egli non riesce ad esorcizzare. Inoltre a metà di questi anni, risale il memorabile incontro con il grande Stravinsky e quindi l'inizio di un'intensa amicizia destinata a durare negli anni. Nel 1959, tappa fondamentale per il cammino di crescita spirituale del pittore, anno in cui abbraccia la fede cattolica ricevendo il battesimo ad Assisi. Dal 1960 al 1970 si stabilisce in modo permanente ad Assisi dove accanto al soggetto religioso riprende a lavorare sui paesaggi.Infine negli anni 70 riprendono i suoi viaggi attraverso l'India, l'America Latina ed il vicino Oriente, fino al trasferimento nel 1979 alla Cascinazza (Buccinasco), monastero benedettino situato nella bassa lombarda, dove trascorre i suoi ultimi anni per poi spegnersi il 15 aprile del 1998, giorno del suo 86 compleanno.

 

La bellezza che Congdon ci dona è generata da uno spirito di ricerca mai sazio. Ed è una bellezza vera perché capace di abbracciare tutto, anche il dolore, anche la morte, e di non fermarsi al solo grido, trasformandolo in una domanda che si fa cammino, stupore, gratitudine. Dopo la conversione William Congdon si concentra sul grido del Cristo crocefisso, in quel corpo che si offre allo strazio e al dolore della sua e della nostra carne. «Il mio incontro con Cristo – dice l’artista – mi fa scoprire che il Suo dramma di croce è pure il mio. E questo mi porta al crocefisso tramite il ritorno alla figura umana mai più disgiunta dalla croce. Questo ritorno presenta la dinamica di una consumazione: le braccia spariscono, tutto si fonde nella cieca massa di testa, torace, gambe nell’attesa che la scintilla dell’alba della vita nuova nascosta in quella scura massa di sepolcro, si incendi». Dal 1979 Congdon si trasferisce presso un monastero benedettino a pochi chilometri da Milano, in una cascina a Gudo Gambaredo. Fino alla morte le sue opere narrano l’armonia raggiunta nei paesaggi della Bassa milanese; protagonisti esclusivi sono terra e cielo, potenza e grazia. «La mia pittura è stata sempre per la mia vita espressione salvifica. La pittura in sé non mi interessava – le tecniche, le ricerche di idee, di concetti – e neppure adesso mi interessa se non per la dinamica di una Presenza trascendente che, per via del quadro, io raggiungo o mi raggiunge. Dipingevo non per scelta o iniziativa mia, ma per l’amore che un Altro suscitava in me». E così l’artista americano convertito si eclissa dal “mondo” dell’arte, viene ripudiato dalle gallerie. «Mi accusano di avere tradito e di non essere stato l’artista che avevano acclamato e per questo affermano “Congdon è morto, si è suicidato”». Il suo è un cammino di spoliazione fino alla meta, all’incontro che gli cambia la vita… Congdon – l’autista di ambulanza o il restauratore/costruttore dei paesi martoriati d’Abruzzo, il ritrattista che coglie i volti delle vittime di Bergen Belsen come icone del dolore o il pittore che in uno squarcio dorato ci offre l’anima di una città – ha fin dall’inizio dentro di sé la stessa urgenza e la stessa domanda di salvezza. Scrive il 7 gennaio 1944, quando con la sua ambulanza presta assistenza in Molise: « Posso [...] operare per contrastare il male; e concentrando i miei sforzi sui civili, potrò contribuire a favorire quei sentimenti di buona volontà e di uguaglianza tra gli uomini, che sono indispensabili perché si possa anche soltanto pronunciare la parola Pace [...] Non posso accettare l’esercito come mezzo per raggiungere quella che dovrà essere una nuova vita, restituita al suo valore e ridedicata a quello spirito che si può trovare soltanto perfezionandola e rendendo “divino” il piccolo tran tran della vita quotidiana». Il suo peregrinare non ha altra meta che l’incontro con Colui che salva.

Giovanni Gazzaneo

 

 

Quando, sulla tavola dell’icona, iniziano ad apparire le persone, essa è già luce, si è già trasformata in luce, è già luogo aperto all’epifania. Lo sfondo dell’icona di Congdon è sempre, invece, notturno. All’origine è la Notte, che a squarci soltanto può aprirsi, per illuminazioni improvvise che somigliano a ferite, per graffi fulminei. Nella Notte, che è unico “fondamento”, irrompono imprevedibili e gratuiti baleni e grazie a essi soltanto qualcosa c’è dato vedere. Quella di Congdon non è perciò icona ma la più “perfetta” analogia dell’icona che un pittore del nostro “tempo del bisogno” possa immaginare. La tavola nera riconosce immediatamente la propria miseria rispetto all’icona. Ma, nonostante ciò, la sua consistenza è quella dell’icona e i suoi colori sono nostalgia per i baleni di luce di quest’ultima [...] Poiché questa è l’icona del Cristo che Congdon patisce: quella del radicale abbandono. Quella creatura i cui tratti vanno disfacendosi, il cui dolore de-lira dai limiti della sua carne per trasformarsi in dolore del corpo del mondo – quella creatura non chiede se è stata abbandonata, ma perché lo è stata. Perché un abisso si spalanca tra quel corpo appeso e la Maiestas Domini? Congdon ha visto un “buco” nel suo Crocefisso: un abisso, appunto. Ormai, non si dà più figura, non si intuisce più distinzione: il Crocefisso non sembra indicare altro che l’abisso che divide. Questo vuoto è l’unico “oggetto” del quadro. Eppure quale forza straordinaria si sprigiona proprio da questa icona dell’abisso che ci separa dalla Maiestas divina? Come può questo grido, che letteralmente suona di disperazione, apparire come atto di fede, di speranza, di amore? Osservando la stessa struttura compositiva dei Crocefissi di Congdon è questo il dramma che sorprende e sconvolge: tutto vi sembra precipitare, la testura cromatica è lacerata catastroficamente – eppure proprio questo parla di anàstasis, proprio lo sprofondare nel “buco” di questo “dolore diventato corpo” parla di resurrezione”. Testo di Massimo Cacciari

 

La Fondazione Crocevia, costituita a Milano nel 2008, è dedicata alla conoscenza e alla valorizzazione della sfera del sacro nelle arti, in particolare contemporanee. Punto di partenza di Crocevia è la consapevolezza dell’unitarietà delle arti, dalla pittura all’architettura, e del senso religioso che caratterizza ogni autentica espressione creativa. La Fondazione, costituita nel 2008, si avvale di un Comitato scientifico che annovera studiosi come lo storico Franco Cardini e l’accademico dei Lincei Cosimo Damiano Fonseca, storici dell’arte come Elena Pontiggia, artisti come Giuliano Vangi, Trento Longaretti, Piero Guccione e Omar Galliani, il fotografo Pepi Merisio, la scrittrice Antonia Arslan, i poeti Roberto Mussapi e Davide Rondoni. Tra i progetti ideati e attivati, l’archiviazione dell’opera sacra degli artisti del Novecento (pubblicato il volume Giorgio de Chirico. Catalogo ragionato dell’opera sacra e archiviata l’opera sacra di Lucio Fontana e Aligi Sassu); PresepePresente, una campagna mediatica e di eventi per riportare l’immagine e il significato della Natività nei luoghi nevralgici delle città; lo studio per la creazione dei Parchi dei beni culturali ecclesiastici, avviato in collaborazione con l’Ufficio Cei per la Pastorale del turismo. Importante l’attività espositiva, a partire dalla mostra La bellezza della croce presso la Pinacoteca della Santa Casa di Loreto del 2005.